SAN FELICE DA NICOSIA. Una riflessione e tanti ricordi

Il giorno 23 ottobre 2005 si è svolto il pellegrinaggio a Roma con 2 pulmann partendo da Monsummano Terme. Finalmente si realizzava ciò che noi come cittadini monsummanesi originari di Nicosia abbiamo per tanto tempo atteso: la canonizzazione del beato Felice!

La giornata non poteva essere più bella, la gente che affollava piazza San Pietro era veramente tanta. La nostra commozione cresceva soprattutto nel momento solenne della canonizzazione e nelle solenni parole di Benedetto XVI che definiva San Felice da Nicosia “tanto grande nel fare le piccole cose”.

Una giornata indimenticabile per tutti quanti noi di cui vogliamo ringraziare il Signore e San Felice.

Già in occasione del II° Centenario dell’incoronazione di Maria Santissima della Fontenova, patrona di Monsummano Terme e della diocesi di Pescia, si era creato come un piccolo ponte fra le due cittadine con la visita dell’allora vescovo di Nicosia mons. Salvatore Di Salvo sotto la sapiente regia di Mons. Giorgio Checchi, allora proposto di Monsummano Terme.
Nel 1983, a proposito del beato Felice, avevo scritto il seguente testo pubblicato sia sul Bollettino Ecclesiastico della Diocesi di Nicosia n. 1-3 del 1983; che su altri periodici locali.

A quanti non lo hanno letto, nicosiani e monsummanesi, a totale gloria del nostro Santo, dedico quel testo cancellando il titolo di allora “L’asino dei Processi Canonici” ormai superato dall’evento con la bolla di Giovanni Paolo II. Eccolo:

Giacomo Amoruso – così risultava all’anagrafe il beato Felice – nacque a Nicosia, nel cuore della Sicilia, il 5/11/1715, dai coniugi Filippo Amoruso e Carmela Pirro, di povere condizioni economiche, ed esercitò il mestiere di calzolaio come il padre fino all’età di 28 anni, nella bottega di Giovanni Ciavaredda, dove compì uno dei suoi primi miracoli.
Il giovane operaio calzaturiero la mattina, entrando in bottega, si toglieva il berretto, salutava i presenti e, da bravo siciliano, baciava la mano al titolare.
Un giorno, per distrazione, un compagno di lavoro con il trincetto tagliò un tomaio e, preso dalla rabbia, scagliò la scarpa contro il muro bestemmiando.
Giacomo gli si avvicinò e, dopo averlo calmato con le sue parole, lo consigliò di non prendersela con il Signore che non aveva nessuna colpa e così passò un po’ di saliva sul taglio del tomaio sciupato che ritornò miracolosamente integro, fra lo stupore dei presenti.
Giacomo a più riprese chiese di essere ammesso al convento dei cappuccini del paese, ma, inspiegabilmente, venne respinto tutte le volte, finché gli diede il consenso il padre provinciale venuto in visita a Nicosia nel 1743.
Autore di quei rifiuti e guardiano del convento era allora il famigerato padre Macario, il cui nome non va certo confuso con quello del comico omonimo, molto più illustre e, diciamolo pure, anche più simpatico.
Indossato l’abito di san Francesco d’Assisi, Giacomo prese il nome di fra Felice durante il noviziato compiuto a Mistretta e, assegnato al convento di Nicosia, tornò al suo paese fra la sua gente per dedicarsi alla questua, andando ad elemosinare per le necessità dei frati, carico della bisaccia come un asino.
Anzi, senza sapere nè leggere e nè scrivere, egli sollecitò quel superiore affinché lo trattasse come l’asino del convento e, guarda caso, andò a finire proprio in quel modo nel vero senso della parola.
Esercitò la questua per 43 anni girando di porta in porta e portando a tutti le sue parole di conforto, lavorò l’orto del convento, fabbricò i sandali per i frati, eseguì le commissioni richieste anche le più strampalate e infine destinò il tempo ancora disponibile alla preghiera che fu incessante, soprattutto di notte.
I suoi miracoli fecero tanto scalpore da richiamare al convento dei cappuccini di Nicosia, oggi trasformato in carcere, malati e personalità da tutta l’Italia.
Eroe non comune dell’ubbidienza, dell’umiltà e della povertà, era felicissimo di distribuire continuamente a tutti il poco che aveva, riservando a sè solamente i digiuni e le sofferenze.
E’ stato detto, probabilmente a ragione, che l’ubbidienza non è più una virtù, ma è proprio a causa del suo rarefarsi nella vita odierna che quando si incontra un campione di tanta levatura, la si può apprezzare maggiormente.
Il beato Felice morì il 31/05/1787, dopo avere superato la settantina, nonostante i digiuni, grazie forse alla sua resistenza fisica; i biografi descrivono accuratamente l’agonia che lo condusse alla morte che fu lenta e miracolosamente prolungata, poichè fra Felice voleva ottenere regolare permesso dal superiore prima di abbandonare questo mondo.
Questi ultimi, nel descrivere la figura enigmatica di padre Macario, che appioppò al beato il nomignolo di fra Scontento e lo insultò in ogni occasione davanti a tutti trattandolo come un somaro, confessano di non riuscire a giustificare, umanamente parlando, un simile comportamento.
Di conseguenza, essi rinviano i lettori desiderosi di ulteriori spiegazioni alle pagine bibliche di Giobbe, al Vangelo, oppure alla perfetta letizia francescana de “I Fioretti”, il cui concetto fu sintetizzato dal beato Felice nella nota formula di sua invenzione:
“Sia per l’amor di Dio!”

Ma oggi, in cui la coesistenza pacifica sembra diventare sempre più il punto di partenza necessario e indispensabile per la vita, si può comprendere come sia potuto avvenire un confronto fra due personalità diverse, con i loro caratteri diametralmente opposti, autoritario e dispotico il primo, calmo e ben disposto ad ubbidire il secondo, e come la diversità esistente fra i due, anziché allontanarli l’uno dall’altro, sembrava attirarli come accade al ferro con la calamita.
La volontà del guardiano dette la spinta iniziale che produsse il comportamento caratteristico ed originale di fra Felice, premessa di una serie di azioni e risposte conseguenti fino a raggiungere un movimento inarrestabile, come nel moderno gioco del big domino rally.
Dal giorno della beatificazione dichiarata il 3.2.1888 da papa Leone XIII, è trascorso un secolo, mentre due ne sono passati dalla data della morte!
Eppur si muove l’aspirazione del popolo nicosiano e dei figli emigrati a questuare un lavoro in tutto il mondo, di vedere finalmente compiuto il misterioso disegno divino che in qualche modo li lega insieme.

Non è certo compito nostro raccomandare la canonizzazione dei santi, ma è solo nostra intenzione manifestare il desiderio di poter chiamare santo il poverello di Nicosia, esprimendo insieme l’augurio che il cosiddetto avvocato del diavolo sia un tantino più comprensivo nei suoi riguardi del superiore padre Macario.

Vincenzo Bellina


La Redazione
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