Quel silenzio che brucia e distrugge più del fuoco

Chiudo il telefono e penso: non ci posso credere. No, non è possibile. Ma quando riprendo in mano il telefono debbo crederci, non è lo sfogo di un momento, no, proprio no, le parole sono chiare: “sei stata avvertita”. Già, sono stata avvertita. Si perché davanti a un disastro come quello che ha coinvolto la città e stravolto il suo paesaggio bisogna stare zitti. Non ci posso credere. Mi dispiace non mi rassegno. Penso a quando Leonardo Sciascia disse che la Sicilia è una “terra irredimibile”. Penso che aveva ragione. Penso e credo che nulla cambierà fino a quando la compagna più intima dei siciliani, l’omertà, rimarrà una prassi, un modo di vivere che si porta avanti anche quando a colpirci è la tragedia. Ma non mi rassegno.

In questi giorni  sui social network, in particolare, ma anche nei bar e per le strade non si parla d’altro. Tutti contro i criminali che hanno appiccato i fuochi. E se c’è chi lancia anatemi contro di loro invocando una implacabile “giustizia divina”, c’è chi implora misericordia, c’è chi chiede giustizia, c’è chi rimane lucido e chi si fa travolgere dalle emozioni. Ognuno, in quel fenomeno di rabbia collettiva che si sta consumando in città, esprime il suo dolore nel modo in cui può, partendo dalle sue capacità, dalla sua formazione, dalla sua cultura.  Ognuno esprime quello che ha dentro mettendo in campo le proprie capacità o le proprie incapacità di reazione. E a dominare, purtroppo, rimane la violenza. È violenza quella dei criminali che appiccano i fuochi, è violenza la vendetta, sono violenza gli “avvertimenti”, è violenza il silenzio.

Si il silenzio violento che diventa complicità coi criminali che appiccano i fuochi. Il silenzio di chi pur essendo stato colpito duramente dalla tragedia invoca “discrezione” e “avverte”. Avvertimenti? Lasciano il tempo che trovano. Non si può imbrigliare la libertà di chi, volontariamente, vuole vivere lontano da un sistema omertoso. Discrezione? Mi chiedo perché. E la risposta non mi piace, non mi piace per niente.

Troppo facile chiedere l’intervento di un Dio vendicatore quando la soluzione è più a portata di mano. Parlare, denunciare, coinvolgersi e non aspettare, perché è troppo comodo, che a concorre alla civiltà e a soddisfare la sete di giustizia siano gli altri. Un’assunzione di responsabilità che però diventa difficile in una terra “irredimibile” che neanche davanti alla tragedia riesce ad essere libera.


La Redazione
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