Invitato a scrivere da più parti qualcosa “in più” su quanto espresso da me ieri su Facebook in merito allo smontaggio dell’ “orripilante veste” della nostra Torre Campanaria, simbolo, a mio avviso, di un inizio di rinascita civile, etica e culturale di Nicosia, accetto di approfondire quanto già scritto.
Il primo motivo che mi spinge a scrivere è quello di sentire forte il grido di non rassegnazione da parte di noi tutti abitanti della zona nord della provincia di Enna dinnanzi ai tagli, ai soprusi e alle ingiustificate politiche di impoverimento che i governi centrali stanno attuando verso di Noi.
Ma mi sovviene anche, alla luce dei dati riguardante lo spopolamento del territorio, un mio ormai consolidato pensiero sul nostro progressivo impoverimento. Un pensiero che ci vede, aldilà di qualunque politica depauperatrice fatta “dall’alto”, costretti al default, non solo economico, anche per colpa nostra. Mi spiego meglio con un esempio:
Prendiamo il paese di Nicosia e supponiamo una popolazione di 10.000 abitanti divisa in gruppi di 2000 famiglie composte da 4 persone (padre, madre e due figli) e i restanti 2 mila di famiglie senza figli o fatta di anziani. Questa è semplicemente una generalizzazione per facilitare i calcoli. Assumendo che il Comune disponga di una quantità di denaro che investe per i ragazzi da 0 a 18 anni (scuolabus, giochi, eventi giovanili…) vediamo come questi soldi, usciti dalle casse comunali, rientrano nell’economia di Nicosia grazie sia alle tasse dirette versate dalle famiglie all’erario, ma anche e soprattutto dalle tasse indirette versate dai commercianti (assumiamo, per semplicità, che ci siano 1000 commercianti in paese) che, grazie alle spese di famiglie e ragazzi (sin dal semplice panino per la scuola), guadagnano e mettono nelle condizioni, a chi volesse intraprendere la strada del commercio, ad affacciarsi nel mercato locale aprendo nuove realtà. Il problema si pone nel momento in cui l’offerta formativa di Nicosia si ferma. A 18 anni, spinti dal mito della laurea (come il sottoscritto), la quasi totalità dei ragazzi abbandona la propria terra per andare all’università. Cosa accade? Semplice: diminuisce la domanda. Diminuendo la domanda di beni e servizi crolla letteralmente l’offerta (in quanto, soprattutto nel breve periodo, è anelastica, cioè che non riesce a rispondere “bene” a questo sensibile calo di domanda). L’amministrazione continua ad investire perché, giustamente, ancora si fanno figli. Ma il problema è che il tasso di natalità diminuisce. Quindi il comune continua a immettere la stessa cifra di denaro (serve uno scuolabus sia con 100 che con 70 ragazzi) trovandosi un ritorno minore (deficit e quindi debito). I commercianti, al diminuire della domanda, vedono diminuire i loro profitti. Tutto ciò comporta a dover “stringere la cinghia”: l’Amministrazione si vede costretta a “tagliare” su alcune voci (ad esempio uno spettacolo in meno o più contenuto…) e i commercianti, abbassatasi la clientela, chiudono (da 1000 a 700) riducendo ulteriormente le entrate comunali. Risultato? Meno appetibilità e possibilità, conducendo i cittadini (e non più quindi solo i ragazzi) ad emigrare (con la propria economia) in altri luoghi più prosperi, determinando lo svuotamento e il fallimento delle piccole realtà in favore delle grandi. Ovviamente l’analisi fin qui condotta è una semplificazione al massimo di un singolo aspetto (magari anche marginale) del problema delle nostre realtà.
Dare una soluzione è alquanto ostico perché il campo è abbastanza “minato”. Cerco di agire logicamente con gli strumenti economici. Ma il tutto ovviamente è opinabile e riconducibile ad un mero “secondo me” (non ho pretese di sistemare le cose o dare lezioni su una materia che non è la mia). Dal ragionamento fin qui condotto è oggettivamente emerso che il problema non stia tanto nell’offerta quanto nella domanda. Serve quindi agire prima su di essa. Le politiche di microcredito alle nuove imprese emergenti, soprattutto a quelle che non “cambiano” l’offerta (quelle cioè che non immettono sul mercato qualcosa di nuovo e diverso da ciò che è presente), alle quali tanti plaudono e sperano, infatti, possono essere qualcosa di positivo solo se prima si interviene sulla domanda. Altrimenti è distruttiva. Infatti il microcredito a una impresa che produce un qualcosa di nuovo, di “mai visto” a Nicosia è positivo perché fa sviluppare una domanda alla quale solo le determinata impresa può rispondere. Diversamente, il microcredito ad imprese diverse dalla prima fa aumentare maggiormente l’offerta. Così facendo non si fa altro che mettere il dito nella piaga. Magari nel breve periodo qualcuno potrebbe beneficiarne (creare un’impresa nel proprio territorio e stabilirsi nella propria terra definitivamente). Ma nel lungo periodo, con una domanda sempre bassa, l’offerta non può far altro che “adeguarsi” e mantenersi bassa. In un equilibrio di mercato saturo, ogni impresa che entra comporta un’impresa che esce (assumendo che ogni impresa aumenti o diminuisca un’unita di offerta uguale). Si creerebbe la situazione di 10 segretari per 5 computer. 5 segretari sono in più e quindi inutili. Il microcredito alle nuove imprese, in una situazione del genere, è come assumere l’undicesima segretaria: un suicidio! Serve quindi un incentivo sulla domanda. 10 segretarie devono avere 10 computer. Ecco quindi quello che mi sento di suggerire “timidamente”. Serve intanto pensare nel lungo periodo: c’è bisogno di aumentare il turismo perché se la domanda cala al nostro interno dobbiamo, quantomeno, tamponarla e cercare di alzarla con “l’esterno”. Ci sia turismo a qualunque costo. Anche a costo di investire nella sagra più disparata. E abbiamo visto come basta ben poco per far affluire gente a Nicosia. Il ritorno al suo splendore originario della torre campanaria è un “plus” importante per attirare turisti (e, paradossalmente, la cuspide definita “arlecchinesca” avrebbe giovato di più anche e solo per la curiosità provocata). Serve, inoltre, sinergia totale tra turismo e attività commerciali affinché queste ultime “raccolgano” la domanda proveniente dall’esterno. E su questo punto bisogna dire che, in fin dei conti, siamo messi bene grazie all’Amministrazione e ai privati cittadini, in sinergia con i commercianti, che si stanno adoperando verso questa strada. Ma bisogna intervenire anche sulle nostre famiglie e sulle nostre attività (cosa che non può fare l’Amministrazione). Bisogna prediligere prodotti del proprio territorio. Bisogna evitare quanto più possibile i “viaggetti nelle grandi città” per fare shopping, rivolgendosi invece alle realtà locali. Bisogna uscire dallo schema mentale che “il prodotto non nostrano sia migliore”. Bisogna evitare “la guerra tra poveri” fatta da opposizione e Amministrazione (a seconda dei casi la prima vista come il “male assoluto” la seconda come il “deus ex machina” che deve risolvere ogni problema) o fatta tra noi comuni cittadini in cui le nostre forze non sono incanalate nel produrre qualcosa ma solo nella distruzione dell’altro. La competizione è sana e salutare, ma deve essere corretta. Se degenera nella prevaricazione si causa un inutile spreco di energia fisica ed economica. Bisogna, inoltre, da parte di tutti gli enti locali, investire nell’entroterra, immettendo sempre più liquidità (mi rifaccio qui a Keynes quando invitava ad assumere dipendenti per buttare sassi in acqua e dipendenti per andare a riprenderli). Solo dopo questo imponente aumento di domanda il microcredito per la costituzione delle imprese non solo è giusto ma è anche necessario. Aumentando la domanda deve infatti aumentare l’offerta, quindi l’affacciarsi di nuove imprese sul mercato è indispensabile (avendo 11 computer e 10 segretarie abbiamo, ora sì, bisogno dell’undicesima).
E tra le imprese locali c’è anche bisogno, quantomeno nel breve periodo, una concorrenza interna assieme alla costituzione di un “trust esterno”. Cerco di spiegarmi meglio: 100 imprese a Nicosia che si fanno concorrenza “in loco” ma che fuori Nicosia collaborino tra loro (tramite la condivisione di contatti e di conoscenze tecniche) per ampliare il proprio mercato oltre i confini locali. E così dovrebbe avvenire anche per qualsiasi altra forma produttiva nostrana. Le associazioni culturali, nello spirito di concorrenza, tra di loro competono, ma in ottica più generale devono trovare una sintesi per offrire ad un turista una visione di Nicosia unita, produttiva e culturalmente viva (cosa che si può fare maggiormente se a collaborare insieme sono 14.000 persone unite piuttosto che 100 associazioni da 140 persone l’una tra loro in guerra).
Abbiamo quindi una lunga strada davanti. E per percorrerla abbiamo bisogno di punti di riferimento. La Torre Campanaria che si sta scoprendo rappresenta un chiaro simbolo di unione. Simbolo di perseveranza davanti alle peggiori difficoltà (non solo l’attesa di 30 anni ma anche la chiusura di un Tribunale e, speriamo no, Ospedale). Simbolo di una volontà di rinascita. Simbolo di libertà.
Alain Calò
PH: Franco Calò
'NICOSIA. Torre campanaria simbolo di rinascita'
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