Il Rasputin rosso

Ogni tanto, girando per il paesello, si incontrano certi elementi di cui corre l’obbligo morale, anche per i posteri, di darne una sommaria descrizione per mantenerne vivo il ricordo. E seppur l’originale frattazzo del malaugurio se lo sono fatti fuori nella Santa Madre Russia, qualche copia Made in China si ripropone anche ai giorni nostri. Era lui: Rasputin, ma un Rasputin Rosso non tanto perché un fiero comunista (questo qui era più clericale) ma perché Pel Di Carota, quando, ovviamente, non si ossigenava il ciuffo alla Elvis e la barba alla Marx. Girava non con un saio da monaco, ma con un doppio petto maculato proveniente da un leopardo scuoiato da bambini dai 6 anni in giù del continente nero, così per non dare nell’occhio. Ma come Pippo che non lo sa, anche il nostro Rasputin si credeva bello come un Apollo ma sgambettava come un pollo. E stava sempre accanto a loro due: la paffutella e quello dall’occhio fino (meglio conosciuto come il fin occhio, non vogliamo sapere il perchè).
Il Rasputin era una persona di Cultura: aveva una laurea presa con i punti della benzina e un master vinto al totocalcio. Aveva un frasario di latino da cui prendere qualche frase da buttare qua e là nei suoi discorsi. Perché lui era acculturato e la paffutella e il fin occhio, che avevano ottenuto la terza media grazie ad una congiunzione astrale e una pacca di stampo clerico-politico-mafioso, nel dubbio calavano la testa ad ogni cosa che non capivano. D’altronde, meglio restare a bocca chiusa e far credere di essere stupidi piuttosto che aprirla e toglierne ogni dubbio.
Il Rasputin, come il suo omonimo famoso, non amava la pace. Amava mettere zizzanie: tra le famiglie, gli amici, i compagni di partito e gli amanti. Girovagava nell’attesa di poter attaccare brighe, lanciare il sasso per creare scompiglio e poi scomparire, mettendosi alla finestra e ridere delle disgrazie altrui.
Ed era cattolico. La seconda laurea, infatti, era stata presa in un istituto gestito da preti. E giustamente, per averla, si fece dare una mano da un suo amico Cardinale che passava di là. E stava sempre in prima fila nelle messe e nelle processioni a battersi il petto, questa volta con un doppiopetto zebrato (zebra scuoiata da ragazzi tra i 12 e i 14 anni della Tanzania), in modo che tutti potessero additarlo come un buon partito per le pulzelle del paese.
Ma per il Rasputin il compagno non era di partito (ben lo sa il fin occhio). Ma mai a dir ciò per non creare scandalo e macchiare la sua sporca immacolata veste che all’occhio della gente deve esser sempre bianca.
E la paffuta? Inutile comparsa alla sua mercé, portaborse senza borsa e neanche un misero sacchetto della spesa, sbeffeggiata e illusa, circuita e incidentata, trascinata via dalla corrente di quel fiume di parole che la bocca del frattazzo in doppio petto soleva uscire.
Ed ogni sera, tra le braccia del fin occhio, il Rasputin pensava. Eh già, pensava al dolore che avrebbe potuto infliggere l’indomani a suon di calunnie, falsità, battutine e ammiccamenti. Perché il fare degli altri è sempre sbagliato e lui solo è il depositario della verità. Una verità arida come il cuore che gli batteva e che trovava conforto solo nelle tenebre dell’animo umano.
E l’occasione gli venne offerta dal locale circolo delle bocce. Si sa sempre che fare il presidente, anche se lo si è dell’ultimo gruppo di comari del taglio e cucito (in tutti i sensi), ha sempre il suo perché. Perché il potere logora chi non ce l’ha e acceca ferocemente chi invece lo ha. E Il Rasputin voleva diventare presidente a scapito di quello presente, un certo Vannino, che non aveva niente di particolare se non chiamarsi Vannino ( e già è tanta roba). E quale strada migliore per raggiungere il potere? In una settimana il pover Vannino, pensionato probo di 70 anni e 4 figli, diventò puttaniere seriale, ladro, lestofante, razzista e bestemmiatore. Con l’infamante accusa di usare sempre un pallino nero (con quindi richiami fascisti), a furia di ripetere cento, mille volte la solita storiella sia dal Rasputin che dal fin occhio e la paffuta, per lo sfinimento anche la moglie del Vannino allontanò il marito sentendosi realmente pesare la testa di corna create ad hoc per l’occasione. Perché la parola, la menzogna, condita col peperoncino, è più buona ed è più bella. E se anche dopo un mese dall’elezione a presidente del Rasputin, il circolo venne chiuso, l’obiettivo era raggiunto. Perché il potere, quello della bugia e di distruggere per partito preso tutto e tutti, è la cosa più bella del mondo. Ma ancor più bello è vedere di nascosto l’effetto che fa.

Alain Calò


La Redazione
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