FRANCESCO SCHIFANI. Un massone e carbonaro che fece l’Italia

Da ieri tutta la stampa italiana parla di lui dopo che si è saputo che il suo archivio privato, una ottantina fra lettere autografe di Mazzini e Garibaldi, ritagli di giornali, dispacci, proclami e pure una ciocca di capelli di Giuseppe Mazzini morente, sarà donato alla città di Troina. Chi era Francesco Schifani, la cui vita e la cui attività cospirativa aspetta di essere ricostruita scientificamente, ce lo racconta un suo discendente rivelandoci i ricordi di famiglia.

Francesco Schifani fu esponente di spicco del movimento carbonaro nel Meridione e in collegamento diretto con i vertici nazionali. Era lui il siciliano che riceveva i messaggi in codice da Mazzini, soprattutto, ma anche da Garibaldi e che da Palermo, dove lavorava, li faceva arrivare in tutta l’Isola. Proprio per questo, grazie ad una soffiata, venne arrestato dalla polizia borbonica e torturato a lungo, ma senza mai parlare. E quando l’Italia fu fatta, la sua fedeltà gli fruttò la concessione dell’ufficio postale di Troina dove, ancora oggi, abitano i suoi discendenti.

La sua storia è emersa ieri con la diffusione della notizia che la famiglia Russo di Troina ha deciso di donare alla città i ricordi del trisavolo.“Il famiglia si è sempre parlato di lui e della sua attività cospiratoria – spiega Luigi Russo – ma i documenti li abbiamo valutati solo lo scorso anno, alla morte di nostro padre che li aveva ricevuti alla morte della madre, mia nonna, Rosina Schifani, che a sua volta li aveva ricevuti da suo nonno, Francesco Schifani”.

Francesco Schifani, era nato il 5 agosto del 1829 a Cerami, piccolo Comune ennese poco distante da Troina, e da lì si era trasferito a Palermo per studiare farmacia seguendo le orme della madre, Anna Scialfa, anche lei “aromatara”. Allora i farmacisti di chiamavano proprio “aromatari”.

A Palermo Francesco Schifani rimase anche dopo gli studi e trovò lavoro nella “farmacia dei Florio”. I Florio, una grande famiglia di imprenditori originari della Calabria, avevano alla Vucciria di Palermo la loro sede e, poco distante, in via Materassai, nel 1838, aprirono una farmacia gestita da Vincenzo Artibali. Questa farmacia è stata, come affermano più fonti, una delle più famose nella città dell’Ottocento.

I carbonari della Sicilia esigevano che l’Isola diventasse uno Stato separato da quello di Napoli e Schifani, carbonaro oltre che antiborbonico convinto, non esitò ad andare in Calabria per partecipare ai moti d’Aspromonte.

“Per la sua partecipazione ai moti d’Aspromonte – continua Luigi Russo – fu schedato dalla polizia borbonica che quindi lo individuò facilmente quando, successivamente ma non conosciamo la data precisa, una soffiata ne denunciò l’appartenenza alla Carboneria”. Ciò che lo aspettò nel carcere borbonico di Palermo non fu certo una passeggiata. “Schegge di legno sotto le unghia – ricorda Luigi Russo – pestaggio dei genitali con due mattoni, gli bruciarono anche il volto con un sigaro acceso e infatti su metà della sua faccia la barba non cresceva più”.

“A quei moti – sottolinea Luigi Russo – rimase molto legato tanto che quando a Troina fondò la prima loggia massonica la chiamò loggia Aspromonte”.

Schifani si trasferì a Troina, si presume, subito dopo l’Unità d’Italia quando ottenne la concessione dell’ufficio postale. A Troina morì il 2 ottobre 1873.

“Tutto quello che sappiamo di lui – conclude Russo – ci è stato tramandato oralmente. Sapevamo che c’erano dei documenti e quando li abbiamo visti, la scorsa estate, ci siamo resi conto dell’importanza non solo per noi come famiglia ma per l’intera collettività. Non volevamo disperdere il patrimonio documentale e per questo abbiamo deciso di donare l’intero archivio alla città di Troina”.


La Redazione
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