NICOSIA. Il viso del santo sulla roccia: coincidenza o miracolo?

Nicosia in Sicilia è nota per molte cose: i 24 palazzi baronali, le sue chiese, la cattedrale con il tetto ligneo medievale, la basilica con il trono di Carlo V e molto altro, ma non tutti i siciliani sanno dell’enorme roccia che raffigura il viso di San Felice, particolarità che dovrebbe rendere Nicosia meta di pellegrini da tutto il mondo come accade in Puglia per San Pio.

Proprio subito dopo la santificazione, nel 2005, accadde una “coincidenza” importantissima: uno dei faretti che illuminavano il castello arabo-normanno si fulminò e sull’enorme roccia su cui si erge il castello improvvisamente apparve, in modo molto nitido e definito, il volto di San Felice con la sua fronte alta e la sua lunga barba.
San Felice, all’anagrafe Filippo Giacomo Amoruso, fu un uomo caritatevole e dedito alla preghiera. Nacque nel 1715, crebbe orfano di padre in una famiglia molto povera e religiosa, e all’età di 28 anni fu accolto dai frati cappuccini del vicino paese di Mistretta. Dopo otto anni di rifiuti per testare la sua devozione, nel 1743 iniziò il noviziato con il nome di Fra Felice in onore del primo santo cappuccino, ed ebbe diverse mansioni, tra cui quella di infermiere dei frati, ortolano, portinaio e calzolaio. Morì nel 1787 dopo una vita di preghiera e devozione assoluta, di cui furono attestati diversi miracoli. Dopo 101 anni, nel 1888 fu proclamato Beato da papa Leone XIII e solo nel 2005 venne santificato da papa Benedetto XVI.
Tra i miracoli avvenuti ad opera di San Felice in vita, a parte episodici casi di bilocazione e levitazione, vi furono:
rianimare una colombella che un suo amico gli aveva portato morta affinché se ne cibasse, nonostante vi fosse motlo affezionato poiché era il suo animale da compagnia;
far apparire un mantello da donare ai poveri che chiedevano l’elemosina vicino al convento in una giornata molto fredda;
risanare con la propria saliva una scarpa tagliata per sbaglio da un apprendista calzolaio alla bottega di mastro Ciavarella, molto incollerito dall’incidente;
riuscire a prendere l’acqua dalla cisterna con un paniere senza che si fossero perdite d’acqua. Quest’evento scosse il viceré di Sicilia, il Duca Eustachio di Viefuille, a cui l’acqua fu offerta;
guarire un moribondo in due ore soltanto con sei preghiere;
risanare una brocca di creta rotta in tanti cocci, caduta di mano alla ragazza Paola La Giglia Stazzone, la quale piangeva mentre passava di lì San Felice;
far accendere una lampada con la forza del pensiero per adorare il Santissimo Sacramento mentre era in viaggio vicino Cerami insieme ad un certo Sebastiano D’Aquila.
I suoi miracoli, definiti di “straordinaria ordinarietà”, esprimono un modello di santità che rispecchia la semplicità e la modestia del suo essere, inserendo nel quotidiano la sua capacità di intercedere con Dio per i bisogni della gente comune, a cui dedicava la sua vita.
Dopo la sua morte, alla sua tomba iniziarono pellegrinaggi e una commissione scientifica esaminò diversi episodi di guarigioni inspiegabili e li dichiarò miracolosi. A beneficiare dei suoi miracoli post mortem furono: lo scaricatore di porto palermitano Vincenzo Abate ed il frate cappuccino Giuseppe Antonio da Adrano, entrambi affetti da un tumore e miracolosamente guariti dopo aver pregato San Felice tenendo la sua immaginetta sulla parte del corpo affetta dal tumore.
Oltre a Nicosia, la devozione a San Felice viene mantenuta anche a:
Cerami, in ricordo dell’epidemia del 1777 per cui la sua intercessione fu salvifica;
Giarre, per l’aiuto che diede alla donna che stava morendo di parto in via Gallipoli;
Gangi e Sperlinga, che a San Felice dedicano un pellegrinaggio notturno a piedi;
Rocca di Caprileone, dove si celebra la festa cittadina l’ultima domenica di Agosto.
Monsummano Terme, in Toscana, popolata da moltissimi nicosiani.

A Nicosia, San Felice divenne finalmente compatrono di Nicosia, assieme a San Nicola di Bari, soltanto nel 2001. Da qualche anno molti pellegrini nicosiani partecipano al cammino di San Felice, a cavallo o a piedi, da Tusa a Nicosia, (passando per Pettineo, Motta D’Affermo, Mistretta e Rifugio del Nibbio), ma tutti i nicosiani dovrebbero diffondere in Sicilia e nel mondo “la coincidenza” della roccia, insieme alle altre meraviglie che racchiude Nicosia.
Marzia Marassà


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